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Reforma do Sistema Parlamentar em Portugal

Análises e Instrumentos para um Diálogo Urgente

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O objetivo deste livro é criar e oferecer instrumentos de reflexão e trabalho para colaboração interpartidária em torno do desenho e da implementação de novas configurações e novos consensos para o sistema parlamentar português.

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O objetivo deste livro é criar e oferecer instrumentos de reflexão e trabalho para colaboração interpartidária em torno do desenho e da implementação de novas configurações e novos consensos para o sistema parlamentar português.

Ele não foi escrito para castigar o sistema, denegri-lo, destrui-lo ou desacreditá-lo. O enfoque e o discurso ao longo das páginas deste livro são construtivos e centram-se na possibilidade de inovação institucional e aperfeiçoamento do sistema parlamentar a partir de oportunidades identificadas pelas mais de mil pessoas que colaboraram neste projeto.

Trata-se de um exercício empírico, histórico e positivista, apartidário, que parte da realidade como se apresenta no presente para idealizar como ela poderia ser no futuro; e assim incentivar novos comportamentos, atitudes e decisões por parte dos atores políticos.

Assim sendo, nesta obra estamos também perante um exercício de filosofia política, na medida em que são emitidos juízos de valor em torno de problemas que urge resolver.

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ISBN: 9789897162169

Data: Maio 2019

Páginas: 368

Formato: 165 X 240mm

Peso: 608 g

Acabamento: Brochado


Prefácio/Introdução
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Indíce
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Categorias: , Product ID: 6447

Descrição

Recensão de Gianfranco Pasquino, autor e professor emérito de Ciência Política,  preparada para L’Informazione bibliografica, 2019:

André Corrêa d’Almedia (a cura di), Reforma do Sistema Parlamentar em Portugal. Análises e Instrumentos para um Diálogo Urgente, Cascais, Principia, 2019, pp. 363.

Dedico questa recensione a tutti coloro che hanno detto e continuano a ripetere che l’Italia è l’unico sistema politico nel quale si discute di riforme istituzionali. Lo dedico anche ai terribili semplificatori che credono di saper fare riforme che tutti in Europa invidieranno all’Italia e che metà Europa imiterà dall’Italia. Non è esattamente la lezione di questo libro, denso e significativo a cominciare dal metodo che ne sta a fondamento. Infatti, il curatore, portoghese, professore associato alla Columbia University, ha deciso che per meglio individuare i problemi di funzionamento del parlamento portoghese era utile ascoltare i pareri, le valutazioni, i suggerimenti dei portoghesi della diaspora, vale a dire di 1.200 portoghesi che se ne sono andati a vivere fuori del Portogallo e la cui distanza li rende verosimilmente meglio collocati per offrire una visione disincantata. Sono poi stati intervistati una sessantina di parlamentari nove dei quali europarlamentari,  come dire, persone sicuramente informati dei fatti (nel mio personale mantra, anche dei non fatti e dei misfatti). Infine, nessuno degli autori dei capitoli rinuncia, quando appare necessario e utile, a fare qualche paragone con la situazione esistente nelle altre democrazie europee. Insomma, il tasso di provincialismo nell’analisi è molto basso e, di conseguenza, il provincialismo è limitatissimo anche nelle proposte di riforma nella consapevolezza dei vari autori che quelle proposte debbono partire da una situazione nazionale piuttosto consolidata.

Naturalmente, molti dei problemi del funzionamento di un parlamento sono noti da tempo e, quindi, anche le soluzioni non possono essere particolarmente originali. Però, è l’accentuazione di alcune soluzioni rispetto ad altre che merita di essere evidenziata e spiegata. Il Portogallo ha un parlamento monocamerale, relativamente piccolo quanto al numero dei deputati: 230. Utilizza un sistema elettorale proporzionale in circoscrizioni ampie con liste bloccate. Non esistono requisiti di residenza e la scelta delle candidature è tutta nelle mani dei dirigenti di partito. Il Portogallo è, sostengono variamente gli autori, una partitocrazia, non gradita, rilevano i sondaggi, ad un altissimo numero di elettori che, rispondono, astenendosi in percentuali molto elevate anche superiori al 40 per cento, e dichiarando la loro scarsissima fiducia negli eletti che non terranno conto delle loro preferenze, dei loro interessi, delle loro necessità. Nell’analisi del ruolo dei parlamentari fanno la loro comparsa problematiche classiche, ineludibili, sempre soggette a controversie: dall’indennità parlamentare al conflitto di interessi passando per il lobbying. Non sta a me dichiararmi d’accordo con molti degli intelligenti suggerimenti dei due autori: Pedro Duarte Silva e José Eduardo Mendes Reis.  Credo che sia più importante sottolineare che almeno un inizio di soluzione sta nel passaggio ai collegi uninominali che è stato, è e rimane la modalità migliore per stabilire e mantenere uno stretto contatto fra elettori e eletti. Dopodiché è anche giusto andare a controllare, da un lato, le modalità con le quali gli eletti adempiono al loro ruolo di rappresentanti e, dall’altro, le capacità effettive degli elettori di valutare le prestazioni degli eletti.

Ho trovato molto suggestiva l’analisi presentata dai due studioso e  denominata SWOT: strengths, weaknesses, opportunities, threats grazie alla quale gli autori raggruppano i risultati acquisiti e le proposte di riforma. Proprio perché la loro metodologia dovrebbe servire ad una scientificità sobria e spassionata, ho, però, una obiezione che riguarda la speranza apertamente espressa dagli autori riguardo la necessità che i partiti scelgano i candidati, non premiando la “fedeltà partitica”, ma individuando i migliori, magari ricorrendo alle primarie con riferimento alle quali viene espressamente citata l’esperienza del Partito Democratico (senza mettere in guardia dagli inconvenienti). Ecco, questa storia dei “migliori” mi lascia molto perplesso. Forse, i due autori avrebbero dovuto discuterne con Alexandra Carrera, la brava autrice del capitolo sul sistema elettorale. Mi avventuro ad affermare cinicamente che i candidati migliori sono coloro che vincono nei collegi uninominali, che i rappresentanti migliori sono quelli che riescono a essere rieletti. Voglio dire che debbono essere gli elettori a dare i voti (è un gioco di parole di cui sono molto fiero!) e aggiungo che, spesso, buoni rappresentanti si diventa cosicché l’idea, scaturita da inclinazioni populiste deteriori,  di porre limiti ai mandati, che fortunatamente non vedo minimamente intrattenuta in questo libro, riduce la probabilità che nel corso del tempo si formino buoni rappresentanti.

In verità, il pure molto interessante capitolo di Patricia Calca non guarda al comportamento dei “legislatori”, all’interpretazione che darebbero del loro ruolo/compito e ai loro rapporti con gli elettori. Con i dati disponibili non potrebbe comunque farlo poiché con tutta probabilità sarebbero indispensabili interviste in profondità. Piuttosto, l’autrice analizza quella che definisce “responsividade”, il rapporto fra quanto promesso durante la campagna elettorale dai partiti degli eletti e quello che hanno cercato di tradurre in proposte legislative e il rapporto fra la legislazione nazionale dei partiti politici portoghesi  e quanto hanno poi fatto nel Parlamento europeo. Nell’ambito di una analisi complessa, la mia impressione è che, tutto sommato, i partiti politici portoghesi agiscano in maniera sufficientemente responsabile. Dovrebbero farlo, sostiene Calca, in maniera più trasparente e impegnandosi maggiormente nella argomentata spiegazione ai loro elettori delle motivazioni e ragioni delle loro scelte. Un po’ dappertutto la politica costa, anche molto e il denaro può influenzare in modo decisivo chi viene eletto e quali decisioni prenderà.

Fin dal titolo e sottotitolo: Finanziare la democrazia. Trasparenza, responsabilità e semplicità nel finanziamento dei partiti politici, Luis Miguel Oliveira e Miguel Barros Brito ci dicono da che parte stanno. Per quel che serve sto con loro dalla stessa parte, vale a dire che ritengo, come gli autori scrivono, che sia opportuno un determinato (ma, purtroppo, la ”determinazione” è sempre operazione complessa e controversa) livello di finanziamento pubblico e, soprattutto, che vi sia il massimo di trasparenza nei fondi che vanno ai partiti. Sono anche d’accordo sulla necessità che il finanziamento pubblico sia formulato in maniera tale da non svantaggiare i partiti piccoli e da non creare troppo alte barriere d’ingresso a nuovi partiti. La “democrazia” deve essere sostenuta anche finanziariamente, ma il molto basso prestigio di cui godono i partiti in Portogallo (fenomeno, peraltro, comune a molti altri paesi) ha come conseguenza una valutazione piuttosto negativa ad opera degli elettori dei fondi che vanno a quei partiti. Forse da sempre la politica è in larga misura, qualcuno sosterrebbe soprattutto, quello che viene comunicato, il verbo contemporaneo è “narrato” cosicché focalizzare l’attenzione su coloro che riportano le narrazioni dei politici, le lodano e le criticano, le decodificano e la manipolano, vale a dire gli operatori dei mass media, è un’operazione tanto meritoria quanto essenziale. La svolge con riferimento a quella che è definita “mobilitazione civica”, un giornalista professionista che rivendica ventinove anni di esperienza di lavoro: Ricardo Alexandre. Ho colto nella sua narrazione (sic!) due elementi importanti: da un lato, Alexandre manifesta una propensione favorevole ai movimenti collettivi in generale e portoghesi in particolare come modalità non solo di mobilitazione di settori della cittadinanza, ma come strumento di critica della politica, più precisamente dei partiti e dei governi. Dall’altro, mette in evidenza sia l’ambiguità con la quale i mass media portoghesi trattano i movimenti sia una sottovalutazione della loro importanza, ma su questo specifico punto credo che Alexandre avrebbe dovuto offrire ai lettori (e a questo recensore) più materiale probante.

Tocca, ovviamente, al curatore del volume tirare le somme. Corrêa de Almeida si preoccupa soltanto